Marjane Satrapi pittrice

Marjane Satrapi – Senza Titolo

 

L’abbiamo  conosciuta come fumettista nella sua famosa graphic novel Persepolis, ma per la quarantottenne Marjane Satrapi questo ruolo  le andava stretta,  tanto  che nel 2014 arriva a dirigere il film The Voices, una commedia nera con  Ryan Reynolds che ebbe un buon successo  di  critica.

Ancora prima, abbandonando  il bianco  e nero  di Persepolis, due colori  che per lei hanno il significato  di  libertà (il bianco) e oppressione (il nero), si è rivelata pittrice in una serie di  quadri esposti  a Parigi  nel  marzo  del 2013.

I quadri, realizzati ad acrilico nel periodo  che va dal 2009 al 2012, rappresentano  gruppi  femminili, oppure donne assorte in un’ intima solitudine.

James Ensor

Intrigue – James Ensor (1890)

 

Qualcuno  ha scritto  che, guardando  le figure dipinte in Intrigue, una sottile inquietudine lo ha pervaso, come se quei  personaggi  fossero la rappresentazione di un delirio  collettivo.   

In effetti, pensando di  essere ancora in periodo  di  Carnevale ed essendo il Carnevale da sempre un delirio collettivo, si potrebbe pensare ad un innocua sfilata di  maschere dove, dietro  di  esse, vi  sono  solo i  visi  normali  di  donne ed uomini.

Certo è che James Ensor (Ostenda, 13 aprile 1860 – Ostenda, 19 novembre 1949) non possedeva quel  tipo  di  carattere incline alla goliardia, quanto piuttosto all’ introspezione.

Non ebbe mai una compagna, le uniche figure femminili  che lo accompagnarono  lungo  la sua vita furono  quelle della sorella, della madre e di una zia.

Suo  padre, James Frederic, figura carismatica per il figlio, viene ucciso  nel 1887: il dramma contribuisce ulteriormente a far si che James Ensor si  chiuda ancor di più al mondo.

Eppure, nell’anno  seguente alla morte del padre, quindi  nel 1888, si avrà il massimo della produzione delle sue opere, fino  al 1889 quando  realizzerà L’entrata di  Cristo  a Bruxelles, quello  che è definito   ad oggi  come il suo  capolavoro  assoluto, visibile presso il  J. Paul Getty Museum di Los Angeles.

 

L’Entrée du Christ à Bruxelles – James Ensor (1889)

Quanta ispirazione tratta da l’Isola dei Morti

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L’Isola dei Morti – 1° versione (1880) – The Metropolitan Museum of Art, New York.

 

Non so come, ma appena l’ebbi guardata una sensazione d’insopportabile tristezza mi prese l’anima.

Il brano è tratto dal  racconto  di  Edgar Allan Poe La caduta della   casa degli  Usher, scritto  nel 1839.

La stessa frase potrebbe essere ripetuta nell’osservare il quadro L’Isola dei Morti del pittore svizzero Arnold Böcklin (Basilea, 16 ottobre 1827 – san Domenico  di  Fiesole 16 gennaio 1901).

La carriera artistica di Arnold Böcklin non si limitò alla sola pittura, in quanto egli  fu  anche disegnatore, scultore e grafico.

Nella pittura inizialmente si  dedicò alla rappresentazione del paesaggio, quindi venne influenzato dal  romanticismo, ed  infine si  fece influenzare dal simbolismo.

L’Isola dei Morti, di  cui  esistono  ben  cinque versioni  dipinte tra il 1880 ed il 1886 (la prima è quella nella foto  ad inizio  articolo),   rimane certamente il quadro più noto di  Böcklin: molti personaggi  del XX secolo  furono, per così dire, affascinati dalla sua visione, tra loro Sigmund Freud, Lenin, Salvador Dalì, Gabriele D’Annunzio.

Per non parlare poi  dell’opera sinfonica  omonima che Sergej Rachmaninov  compose tra il 1907 ed il 1908 (L’isola dei Morti – Op.29).

Risalendo  nel  tempo, quindi  nel 1998, lo  scrittore Franco  Ricciardiello vinse il Premio Urania per la fantascienza, con il romanzo Ai  margini  del  caos: la trama narra di una giovane donna che, in una galleria d’arte di Basilea, è colta da malore davanti  al  quadro  di Böcklin. Sembrerebbe un episodio collegato  alla nota Sindrome di  Stendhal ma che invece è provocato  dal fatto che L’Isola dei Morti è una porta che conduce indietro  nel  tempo, precisamente agli anni del  nazismo.

 

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Realismo socialista

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La nuova Mosca –   Jurij I. Pimenov (1937)

 

Un donna che guida un auto  nelle strade di Mosca nel 1937: già di per se la figura è simbolo  di emancipazione femminile e delicatezza per quel fiore posto  sul deflettore dell’auto ma, soprattutto, sono il traffico, le persone, i palazzi  a dare  l’impressione di un’ambientazione,  permeata da modernità e dinamismo,  non dissimile  a quella di una metropoli occidentale dell’epoca.

La nuova Mosca è il titolo del  quadro di  Jurij I. Pimenov dipinto, per l’appunto, in quel periodo in cui  lo stalinismo dava il peggio  di  se con epurazioni arbitrarie a seguito  dell’omicidio di  Sergej Kirov, dirigente del Partito comunista a Leningrado.

Il quadro  fa parte di quel movimento pittorico  russo definito come realismo  socialista.

Il fatto è che questo  realismo è costruito su  quello  che il regime voleva che fosse rappresentato al posto  della realtà: una visione favolistica di  essa, uno specchio  distorto.

Alla dissoluzione  dell’Urss, nel 1992, la storia di  quello  che era stato prima del crollo dell’impero era il fardello da nascondere, quasi  a liberarsi  di un fardello considerato solo  come peso e non come, appunto, parte di una storia riguardante la nazione ed il suo popolo.

Anche i pittori, e le loro  opere, riguardanti il realismo  socialista,  finirono  quasi nel  dimenticatoio, nonostante che, dal punto  di  vista pittorico, si parlava di  rappresentazioni  non prive di un certo  valore.

Negli  anni  successivi, quelli più vicini ai nostri  tempi, vi è stato un recupero di  questa memoria collettiva (tralasciando, non  a caso, l’impegno  di  Putin per ripristinare lo  status  di potenza mondiale della Russia), ed è a questo punto che anche la corrente artistica del realismo socialista ritrova i  suoi  spazi, questa volta non come grancassa di un regime, ma semplicemente come arte.