Meglio Sam Pezzo che un libro sui cafonal chic

 

Non vi  consiglieremo  mai  di  acquistare un libro  fotografico, al  modico  prezzo  di  settanta euro,  che parla,  anzi  fotografa, la vita di alcuni   super ricchi che, per stigmatizzare la loro  differenza di  classe, dimostrano appunto  di non averne: si lavano  le mani  con lo  champagne, hanno le toilette con i rubinetti d’oro, vestono i loro  cani  con capi  firmati.

C’era proprio  bisogno di produrre un simile libro?

Cacciando  nell’oblio sia il titolo  del  libro  che il nome del  fotografo (o fotografa), parleremo si di un libro dedicato  ad un personaggio italiano del mondo  dei  fumetti: Sam Pezzo.

Nato dalla matita di Vittorio  Giardino, il quale rinunciando ad una proficua carriera di ingegnere e manager per quella di  fumettista, Sam Pezzo è un investigatore privato che opera nella Bologna degli anni ’80  e che nell’ indossare quel  trench  ed il borsalino ricorda un po’ Humphrey  Bogart ne Il mistero  del  falco .

La Bologna che fa da sfondo alle avventure del  detective è lontana dal  cliché della città universitaria e delle osterie: è una Bologna a tratti  crudele con affari loschi tra politica e vita privata, lavoro  precario e periferie degradate: quello  che in sostanza, quasi  quarant’anni dopo, è lo scenario  dell’Italia attuale.

La casa editrice Rizzoli nel 2016 diede alle stampe il libro Sam Pezzo un detective, una città nelle cui  duecentosettantadue pagine in bianco  e nero sono  raccolte le storie di  Sam Pezzo  pubblicate tra il 1979 ed il 1983 sulle riviste Il Mago  e Orient Express.

 Nonostante il successo ottenuto  sia in Italia che in Francia e negli  Stati  Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel (dal  titolo più che eloquente) Shit City, pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express, mette fine alle avventure del detective Sam Pezzo. 

Questo non impedisce, però, all’autore di  continuare nel  creare altri  personaggi come la spia Max Fridman, e puntare anche al  fumetto in salsa erotica con Little Ego.

 

 

 


 

 

 

 


 

Bill Watterson che abbandonò Calvin & Hobbes per insoddisfazione

 

 

Caro editore,

smetterò di  disegnare Calvin & Hobbes alla fine dell’anno. Questa decisione non è recente, tanto  meno  facile e la prendo  con una certa tristezza. Tuttavia i mei  interessi  sono cambiati e credo  di  aver fatto il possibile all’interno  della costrizione delle scadenze giornaliere ed i piccoli  spazi.

Ho voglia di  lavorare con un  ritmo  più meditato, con meno compromessi  sul piano  artistico.

Non ho  ancora deciso  sui  mei  progetti futuri, ma la mia relazione con la Universal  Press Syndacate proseguirà.

Che tanti  giornali  abbiano  pubblicato Calvin & Hobbes è un onore del  quale sarò a lungo  orgoglioso, ho inoltre apprezzato molto il vostro  sostegno e la vostra indulgenza negli ultimi  dieci  anni.

Disegnare questa striscia è stato un privilegio ed un piacere e vi  ringrazio per avermene dato l’opportunità.

Bill Watterson

 

Questo è il testo  della lettera inviata da Bill Watterson agli  editore il 9 novembre 1995.

Un mese dopo, il 31 dicembre, il piccolo Calvin ed il suo amico Hobbes, una tigre di peluche che si  anima solo quando  sono  soli,  si  avviano  malinconicamente verso  l’ultima loro  avventura in un paesaggio innevato.

Perché Bill Watterson all’apice del  suo  successo –  Calvin & Hobbes venne pubblicato  su più di 2.400 giornale (in Italia da Linus) – volle ritirarsi lo  si può comprendere leggendo  tra le righe della sua lettera dove denuncia sia i  ritmi da catena di montaggio a cui doveva sottostare per la consegna delle tavole, sia il fatto  che tutto il suo lavoro  veniva compresso nello spazio  di una striscia.

Eppure, quando nel novembre del 1985, a ventisette anni  Bill Watterson – che oggi  di  anni  ne ha quasi  cinquantanove  essendo  nato  a Washington il   5 luglio 1958 –  lasciò perdere la sua carriera di pubblicista (lavoro che detestava) per intraprendere quello   di  fumettista, certo non pensava a ciò che andava incontro, ma solo allo  sviluppo  di  quei  due personaggi che tanta soddisfazione gli  avrebbero  dato nei  dieci anni  a seguire, tra l’altro  nel 1986 e 1988 vincerà l’Outstanding Cartoonist of the Year, premio  conferito  dalla National  Cartoonist Society per il miglior fumettista dell’anno.

Addirittura, nel 2010,   alla serie di  Calvin & Hobbes  la United States Postal  Service dedicò un francobollo.

 

 

Chi  sono, però, i due personaggi?

Calvin è un bambino figlio unico  che, data l’età, dimostra i lati  negativi  del  carattere quali l’essere disubbidiente, dispettoso ed egoista. Ma, come tutti i bambini, ha una fantasia sfrenata che lo  trasforma di volta in volta supereroe, astronauta o detective privato.

Hobbes è un tigrotto di peluche  che diventa reale solo quando è  in presenza del  suo  amico  umano. A differenza di  Calvin è ironico, pragmatico  e razionale: Bill Watterson ha sempre affermato che quello che ha descritto  nel  caratterizzare i suoi  personaggi  è ciò che appartiene alla sua sfera psicologica.

L’autore, per quanto  riguarda la scelta dei nomi di  Calvin & Hobbes,  si è ispirato  al  teologo francese del XVI secolo  Giovanni Calvino, mentre il filosofo  inglese del  seicento Thomas Hobbes lo  è stato per quello del  tigrotto di  pezza.

Faith: il peso della simpatia

 

Ed arrivò  anche  per Wonder Woman avere una storia tutta per se e non da comprimaria agli  altri  supereroi.

Certo  che Gal Gadot, l’attrice e modella israeliana che ne interpreta la parte, ha quel  physique du rôle che ne farà apprezzare qualunque sia lo  spessore del personaggio, al  meno tra il pubblico  maschile.

Mettiamo  il caso, però, che la nostra eroina sia, a differenza della longilinea e palestrata Wonder Woman, una ragazza con evidenti problemi  di peso: il progetto di un film con questo  soggetto non esiste, ma il fumetto  si.

Faith è il nome del personaggio  creato  dalla Valiant Comics (in Italia è edito  dalla star Comics): una ragazza che di  giorno è una blogger di  successo, specializzata nel  gossip, e  che di notte si  trasforma nella   supereroina  oversize Zephyr, la quale    combatte il crimine attraverso  il   potere della  telecinesi.

Forse Zephyr avrà il suo  da fare per sconfiggere il male, ma Faith ha già vinto la sua battaglia per farsi  accettare per quello  che è: una dolce ragazza sovrappeso.

Take That, Adolf!

 

Beccati  questo, Adolf! 

Possiamo  tranquillamente asserire che Adolf Hitler non abbia mai  letto un fumetto  della Marvel e, se mai ne avesse avuto l’occasione, si  sarebbe risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Forse avrebbe chiesto  al suo stato  maggiore di indagare se dietro al  quel  fantomatico  Captain America, che impunemente lo  prende a pugni in una striscia, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per farlo  fuori ancora prima della sua entrata in guerra.

Il fumetto, infatti uscì nelle edicole american e nel 1940 e solo  l’anno  dopo, cioè dopo  l’attacco  di  Pearl  Harbour, gli  Stati Uniti entrarono in guerra contro l’imperatore Hirohito e i suoi soci  dell’Asse Mussolini  ed Hitler.

Vi  è da fare anche una piccola considerazione che è quella di un’opinione pubblica, quella americana, che si indigna nei  confronti  di quei  regimi dittatoriali ancora prima dell’evento che porterà Gli Stati  Uniti in guerra.

Se non vi  fosse stato l’attacco  di  Pearl Harbour (facendo  quindi ricorso al concetto  di  ucronia) sarebbero bastati  gli  eroi  dei  fumetti a far convincere il governo  americano che la guerra non era solo  una disgrazia accaduta ad altri?

Molto probabilmente, con buona pace per Captain America, la risposta è no.

Anche oggi, però, avremmo bisogno  di  quel Take That indirizzato a quegli individui che, forti del loro potere, decidono cosa sia giusto  o meno, magari indossando  anche loro una maschera che ne nasconde i veri  fini.

Take That, Adolf! è il libro  edito dalla Fantagraphic Books ( 29,90 dollari  su  Amazon) che raccoglie cinquecento  copertine dei  fumetti con i Supereroi  chiamati alla guerra contro  le dittature.

Di  seguito un’anteprima del libro.

 

 

Valérian et Laureline: dal fumetto al 3D del cinema

 

Il regista francese Luc Besson ritorna alla fantascienza vent’anni  dopo  aver girato Il Quinto  Elemento, con il film Valerian e la città dei mille pianeti:

LA TRAMAValerian e Laureline sono agenti speciali del governo dei territori umani, e devono mantenere l’ordine nell’universo. Valerian ha in mente qualcosa di più di un semplice rapporto lavorativo con la sua partner – proponendosi apertamente a lei. Ma la sua lunga storia con le donne, e i valori tradizionali di lei, fanno sì che vi sia un costante rifiuto. Sotto le direttive del loro comandante, Valerian e Laureline si imbarcano in una missione nella città intergalattica mozzafiato di Alpha, una metropoli in continua espansione la cui popolazione è composta da migliaia di specie diverse da tutti e quattro gli angoli dell’universo. I 17 milioni di abitanti di Alpha hanno unito i loro talenti, le loro tecnologie e le loro risorse per migliorare le condizioni di vita di tutti. Sfortunatamente non tutti ad Alpha condividono gli stessi obiettivi: forze oscure sono all’opera per mettere in pericolo il genere umano. (tratto  da Wikipedia)

 

Il film è basato  su  di un fumetto  francese, Valérian et Laureline, scritto  da Pierre Christin  e illustrato  da Jean – Claude Méziéres.

 

Il fumetto  venne pubblicato  per la prima volta sulla rivista Pilote nel 1967 fino  al 2010, anno  dell’ultima pubblicazione.

La trama delle avventure di Valérian e della sua compagna Laureline, si snoda  attraverso continui  viaggi  nello  spazio  e nel  tempo con raffigurazioni  di mondi  alieni  che Luc Besson  ha meritevolmente trasformato nelle immagini  del suo  film.

Non per nulla, le stesse atmosfere del  fumetto, si  ritrovano sia nel già citato Il Quinto Elemento, che nella saga di  Star Wars.

La serie Valérian et Laureline, oltre che essere considerata un punto  di  riferimento per quanto  riguarda la graphic novel europea, ha ricevuto diversi  riconoscimenti, tra cui il Grand Prix de la Ville d’Angoulême: il premio alla carriera assegnato ogni  anno  ad un autore di fumetti.

Nel 2007 è stata realizzata una serie televisiva franco – nipponica dal  titolo Time Jam: Valerian & Laureline.

 


 

 

 


 

Le Bal du Rat Mort

 

Nel 1977 lo sceneggiatore francese Jan Bucquoy ed il suo connazionale, il disegnatore Jean-Françoise Charles, unirono  le loro doti creative per il progetto  di una graphic novel: Le Bal du  rat mort.

Solo dopo  tre anni il fumetto fu  pubblicato dalle Edizioni Michel Deligne. Il successo di  Le Bal  du  rat mort, 50.000 copie vendute, fece pensare ai due autori  la scrittura di un secondo  volume, ma problemi  vari ne fecero  accantonare la realizzazione.

La cornice dell’azione del  fumetto è la città di  Ostenda: qui, nella realtà, ogni  anno si  svolge un corteo in maschera chiamato, per l’appunto, Bal  du  rat mort.   

La manifestazione, organizzata dal Cercle Coecilia dal 1898 e celebrata il primo  sabato  di  marzo, ricorda un viaggio a Parigi, nel 1896,  del pittore James Ensor (del  quale è stato precedentemente scritto  un articolo sempre su  Pixel&Bit) e della visita insieme ai  suoi  amici ad un cabaret a Pigalle: Le Rat mort.

La  trama di Le Bal  du rat mort  vede il giovane ispettore della polizia giudiziaria di  Bruxelles, Jean Lamorgue, viene  inviato  ad Ostenda per far luce su  di  una serie di delitti brutali riguardanti  tre giovani  donne vergini.

I  delitti avvengono  durante la festa in maschera do  alcuni  testimoni   asseriscono  che una delle vittime abbia ballato con un uomo travestito  da topo.

 

 

Di  pari passo allo  svolgersi  delle indagini  per i  delitti,  Ostenda viene colpita da una strana calamità: orde di  topi  famelici invadono  le strade della città causando numerose vittime a tal punto  che il governo  centrale decide di inviare l’esercito  per far fronte all’invasione.

L’ispettore Jean Lamorgue, colpito  psicologicamente dall’atmosfera sinistra che racchiude come una cappa Ostenda, incomincia ad avere degli incubi  fino  la punto di  avere un crollo  psicologico.

Per ordine del suo  capo deve essere ricoverato in una clinica psichiatrica, qui durante una delle sedute per riabilitarlo scoprirà alcuni  fatti  del  suo passato  che lo legano  agli omicidi  di  Ostenda……….

Le Bal  du  rat  mort non è mai  stato pubblicato in Italia.

 


 

Ispirata al  Bal du  Rat Mort è la  performance ideata da Noemi  Gunea e Grace Lambert proiettato  al  RA James Ensor Lates 

 

 


 

Dylan Dog indaga a Genova

Nel 1986 dalla matita di  Tiziano  Sclavi nasceva Dylan Dog.

La   prima storia con questo nuovo  personaggio  ebbe il titolo  di L’alba dei morti  viventi: questo bastò a connotare quello che sarebbe stato la prerogativa di  Dylan Dog : quella di  essere l’investigatore dell’occulto per eccellenza nel panorama dei  fumetti  made in Italy.

Tiziano  Sclavi, per dare un volto  al suo eroe, si  ispirò  a quello  dell’attore inglese Ruperth Everett mentre, non poteva essere altrimenti  parlando  di  fumetti italiani, a pubblicarne le avventure fu la Sergio  Bonelli Editore: la stessa casa di  Tex Willer.

Ritornando  a L’alba dei morti  viventi il primo  numero  uscì in edicola ad un prezzo  di 1.300 lire: oggi  è un pezzo  da collezione la cui quotazione ha stimolato i  falsari  a crearne delle copie.

La gestazione di  Dylan Dog,  risale al 1985, quando  Tiziano  Sclavi presenta a Bonelli  ed al direttore generale della casa editrice Decio  Canzio  (scomparso  nel  gennaio  del 2013), le caratteristiche dell’investigatore. Ed è a questo  punto  che, modificando l’idea iniziale di  Sclavi, si  decide che Dylan Dog non dovrà essere americano, ma bensì inglese, giovane e non lavorerà in solitudine ma,  come Sherlock  Holmes, avrà un aiutante decisamente votato  alla comicità,  il quale prenderà il nome di  Groucho, clone in versione fumettistica dell’attore Groucho Marx.

Tiziano  Sclavi aveva già toccato il tema dell’occulto  nel  suo  romanzo  Dellamorte Dellamore: l’ambientazione della storia è nel  cimitero  di  Buffarola, in Lombardia. Dellamorte è il custode del cimitero e, insieme a Gnaghi lo scavafosse, dovrà fronteggiare un epidemia che porterà alla (ri)nascita degli  zombie…

È inutile dire che Dellamorte Dellamore  darà forma al personaggio di  Dylan Dog.

Per gli  amanti  del  fumetto, soprattutto  quelli di  Dylan Dog, l’occasione per vedere 250 opere, tra tavole originali, copertine e schizzi, è data dalla mostra antologica dedicata all’eroe bonelliano in corso presso il Museo  Luzzati di Genova (Porta Siberia, Area Porto  Antico).

La mostra si concluderà il 18 aprile 2017


 

 


 

Il Golem: dalla letteratura ai fumetti

Rappresentazione del Golem (Philippe Semeria)
Rappresentazione del Golem (Philippe Semeria)

 

La luce della luna batte sul fondo del mio  letto e vi posa come una grossa,piatta pietra luminosa.

Quando  la luna piena prende a raggrinzirsi, ed il suo lato  destro  comincia a sfaldarsi, come una faccia va incontro  alla vecchiaia dapprima smagrisce e si  solca di  rughe, su una sola guancia, verso  quell’ora della notte s’impossessa di un’inquietudine torbida, tormentosa.

Non dormo  e non veglio, e nel  dormiveglia  si  vengono  mescolando nella mia anima cose vissute con cose lette ed udite, al modo  che correnti  varie per colore e trasparenza confluiscono insieme.

Tratto  da “Il Golem” di  Gustav Meyrink

Alla fine del  secolo XVII in Germania si  era diffusa la leggenda riguardo  alla capacità di  alcuni  rabbini  di  creare automi grazie alle formulazioni  magiche tratte dalla Kabbalah.

La leggenda ebbe, però, sviluppo in Polonia dove un gigante di  argilla, appunto il Golem, crebbe a dismisura fino  a minacciare chi lo aveva creato: il Rabbi Elija Ba’al Schem.

Egli, con un sotterfugio, riuscì a cancellare l’aleph dalla fronte del  gigante che, ridiventata una massa informe, travolse il rabbino che gli  aveva donato  la vita.

La leggenda più nota è comunque quella ambientata nel  ghetto  di  Praga ai  tempi  dell’imperatore Rodolfo  II d’Asburgo (Vienna, 18 luglio 1552 – Praga, 20 gennaio 1612) in cui  il Golem figura per la prima volta come il protettore del popolo  ebraico  dalle persecuzioni.

nel 1808, Jacob Grimm (uno  dei  due fratelli  celebri  per le loro  fiabe), racconta la storia del  Golem ripresa dalla leggenda originale polacca.

Bisogna aspettare il 1915 affinché il Golem diventi un classico  della letteratura fantastica: in quell’anno, a Lipsia, si pubblicò per la prima volta il libro  che fece la fortuna di Gustav Meyrink, bancario  mancato per una professione di scrittore di  sicuro  successo.

Rimanendo  sempre nel  ghetto  di  Praga, ma uscendo dai  canoni  della letteratura per entrare nel mondo magico dei  fumetti, è nel giugno  del 1974 che la Marvel inserisce per la prima volta, fra i  suoi  personaggi  fantastici, il Golem creato, in questo  caso,  da Len Wein e John Buscema  (Strange Tales vol. I, giugno 1974) ).

 

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Recentemente è stato invece ripubblicato dalla casa editrice Giuntina Il Golem raccontato da Elie Wiesel, con le illustrazioni  di Mark Podwal (pp.105, € 15,00).

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Mirka: la piccola eroina di Hereville

Mirka
Mirka

 

Non ha i poteri  di  Harry Potter, ma certo molto del  suo  coraggio: è Mirka una bambina  di undici anni, figlia di  ebrei ortodossi,  che vive nella città (inventata) di  Hereville.

Sua nemica è una misteriosa strega, cui si  aggiungono bulli  di ogni  specie e pericoli spaziali.

Mirka è dunque la protagonista creata dal cartoonist americano  Barry Deutsch  per i  suoi  tre libri di  graphic novel: How Mirka Got Her Sword (2010), How Mirka Met a Meteorite (2012),  How Mirka Caught a Fish (2015).

I tre libri  non sono  per il momento presenti nel  mercato  editoriale italiano.

Ghost in The Shell: Scarlett Johansson interpreta Major

Imma gine : Scott Woodburry
Major ed il suo corrispettivo umano Scarlett Johansson : Scott Woodburry

 

Il film Ghost in The Shell, ripresa  dall’anime omonima e diretto dal  regista Rupert Sanders, arriverà nelle sale italiane solo alla fine  di marzo 2017.

Ad anticipare quello  che sarà certamente un successo  al botteghino, è la polemica sulla scelta dell’attrice chiamata ad interpretare l’eroina della saga giapponese: Scarlett Johansson.

Questo non perché l’attrice americana non sia in grado  di interpretare supereroine, l’abbiamo già vista all’opera in film di  genere quali Captain AmericaAvangers, ma nel  fatto  che i  fan dell’anime originale volevano un’attrice per lo meno  di  origine asiatica se non proprio  giapponese.

Ghost in The Shell (il cui  titolo  originale  è:  攻殻機動隊 STAND ALONE COMPLEX –  Kōkaku Kidōtai Stand Alone Complex) è la creazione del  fumettista giapponese Masanori  Ota, più consciuto  con il nome d’arte Masamune Shirow: in Italia Ghost in The Shell venne pubblicato dalla Star Comics all’interno  della rivista Kappa Magazine.

Ritornando  al film Ghost in The Shell, di  cui  esiste una versione d’animazione del 1995 per la regia di Mamoru Oshi, l’ambientazione per molti vuole ricordare quella celeberrima di  Blade Runner (1982 – Ridley Scott). Guardando, però, il trailer sembra più ispirata al  Quinto Elemento di  Luc Besson (1997).

Per il momento, nel  trailer,  è la figura di  Scarlett Johansson nei panni  del  personaggio  Major (tremendamente sexy),     a rapire lo sguardo dello spettatore (specie quello   maschile),  facendo  rimandare ogni  giudizio  dopo l’uscita del  film  nelle sale italiane.

Buona visione.