Il Blu di Napoli

 

La facciata del centro sociale Je so’pazzo con l’intervento dello street artist Blu

Je so’ pazzo:  non lasciamoci  ingannare dalla celeberrima canzone di  Pino Daniele, ma il nome è stato  dato ad un centro  sociale nato da quello  che era un ex ospedale psichiatrico  di  Napoli, ospitato  tra le mura del  convento  di  sant’Eframo.

Blu è invece il nome dello  street artist italiano che,  al pari del più celebre Bansky, vuole mantenere celata la sua identità (si  sa che è nato in Emilia e che dovrebbe avere poco  più di  trent’anni), lasciando parlare al  suo posto le sue opere intrinsecamente impregnate di un contenuto politico  di  denuncia delle storture della società.

Ciò che lega il centro  sociale napoletano  a Blu è appunto il suo  intervento pittorico  su  una delle facciate dell’ex ospedale psichiatrico , dove il personaggio  con la maglia a righe e le catene è il recluso (ricordiamo che era un ospedale psichiatrico  giudiziario), mentre la guardia,  dipinta nella parte laterale dell’edificio, ha un ghigno  malevolo e una fascia da pirata che gli  copre l’occhio.

Una curiosità è data dal  numero 1312 sulla maglia del  detenuto: sostituendo ai numeri  le corrispettive lettere dell’alfabeto, viene fuori  l’acronimo  Acab e cioè All cops are bastards tanto per mantenere viva la voce dell’antagonismo.

Nel  video  seguente le opere di  Blu si  animano sempre per via della creatività dell’autore.

 

 

“Lettere”: dai muri al museo di Villa Croce di Genova

Graffiti su di un muro a Milano / foto: 24Cinque ©

 

Presso il museo  di  arte contemporanea di  Villa Croce (Genova, zona di  Carignano), è allestita la mostra Lettere, la prima in Italia ad essere dedicata al  lettering cioè quello che  inizialmente  è lo studio  di  nuovi  caratteri diventando la forma artistica insita nel writing.

Assolutamente da non confondere con i  graffiti che solitamente imbrattano i muri  delle nostre città, le opere di  artisti  quali  Soda, Bergamasterz, Luca Font, V3rbo  ed altri,  hanno in se il valore artistico  di un continuo  studio  evolutivo  delle forme nel lettering.

Il percorso  espositivo  parte da quello che è l’inizio  del  lettering in Italia, cioè dai  muri  di  Padova dove, negli  anni ’80, andò sviluppandosi  questa forma d’arte e dove, per la prima volta, essendo  essa stata riconosciuta dalle istituzioni come forma d’arte, stabilì le prime collaborazioni  ufficiali  fra graffitari  e governo  della città.

Lo stesso  sta accadendo  a Genova  dove  il progetto  collettivo di  arte urbana Walk the Line, di  cui  la mostra a Villa Croce è parte integrante, sta trasformando  i piloni  della sopraelevata in un galleria plein air dedicata alla Street Art.

La mostra Lettere si chiuderà il prossimo  25 giugno.

 


 

 


 

 

 

 

Keith Haring in mostra al Palazzo Reale di Milano

Tuttomondo (particolare) – Keith Haring, canonica di sant’Antonio abate a Pisa

 

L’immagine ad inizio  articolo  è un particolare di  Tuttomondo, un murale realizzato da Keith  Haring sulla facciata  esterna della chiesa di  sant’Antonio  abate a Pisa.

 

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Keith Haring al lavoro  presso lo  Stedelijk Museum in Amsterdam

L’artista americano realizzò quest’opera nel 1989, un anno prima  di morire a causa dell’AIDS: aveva solo trent’anni.

Oggi  Keith Haring se fosse ancora in  vita avrebbe cinquantanove anni: la domanda è sempre la stessa quando  un artista muore precocemente, cioè come si  sarebbe sviluppata la sua arte? Avrebbe continuato a sviluppare il percorso iniziale fonte della sua creatività, oppure avrebbe sperimentato quelle che per lui potevano  essere altre forme d’arte.

Ovviamente non lo sapremo  mai.

Come del resto non possiamo immaginare quanto sia stato  d’aiuto per Haring, dotato sin da piccolo di un talento  artistico  per il disegno, l’influenza ed incoraggiamento  del padre, l’ingegnere Allen Haring, fumettista in veste amatoriale.

Keith Haring  da una piccola traccia di  questo connubio  artistico con il padre, attraverso  le sue stesse parole riportate nella biografia dell’artista scritta da John Gruen:

Mio padre realizzava per me personaggi dei cartoni animati, e questi erano simili a come disegnavo io – con un’unica linea e un contorno fumettistico

Da appena due giorni si è aperta a Milano, presso  Palazzo  Reale,  la mostra Keith  Haring. About art.

Si  ha tempo  fino al 18 giugno  di  quest’anno per ammirare 110 opere dell’artista, di  dimensioni extralarge e  delle quali  alcune mai  esposte in Italia, a cui  si  affiancano  quelle di altri autori  di  epoche diverse che sono servite ad Haring per reinterpretarle secondo il suo stile.

 

 

I murales di Ariano Irpino

Cattedrale di  Ariano  Irpino
Cattedrale di Ariano Irpino

 

Adagiato a 817 metri di  quota nell’Appennino  campano vi è la cittadina di  Ariano Irpino, in provincia di  Avellino da cui  dista poco  meno di  cinquanta chilometri.

Il nucleo  più antico  del  centro  cittadino si  divide su  tre colli: Calvario, Castello e San Bartolomeo: da qui  la definizione di  Città del  Tricolle.

Dai punti panoramici  più alti si possono  guardare ad ovest i  massicci  del Taburno e del Partenio, a sud la Baronia di  Vico ed il Vulture, ad est il Subappennino Dauno mentre a nord i Monti  del  Matese.

Ad Ariano  Irpino  è nato Pasquale Grasso, vero  talento  del jazz che da anni  vive a New York, sua concittadina, forse più conosciuta, è la modella Raffaella Modugno.

Non mancano le iniziative culturali  come Ariano Folkfestival, evento  dedicato alla World Music arrivata alla 18° edizione.

Queste sono senz’altro note positive che, purtroppo, rimangono  esempi isolati in un contesto di  segno opposto. Purtroppo la mancanza di  sviluppo economico, quindi di  lavoro, penalizza i più giovani che non hanno  altra scelta (o  desiderio) di  emigrare.

I giovani, comunque, non vogliono  arrendersi  alla rassegnazione, esprimendo questa voglia di  fare (uguale a vivere) anche con espressioni pittoriche quali, appunto, i  murales.

 



 

 

Love Graffiti: Street art ad Arenzano dedicata a Fabrizio De André

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Love Graffiti – particolare –

 

Nelle metropoli, ma anche nei  centri  urbani minori, non vi è un muro di una qualunque strada, di  un palazzo  abbandonato o di una fabbrica dismessa che non faccia da supporto  ad opere pittoriche quali i murales.

A questo punto occorre fare una distinzione tra murales e graffiti  writting dove, in quest’ultimo  caso, sono lo  studio  e la  raffigurazione delle lettere dell’alfabeto ad essere il centro  della rappresentazione artistica.

Entrambe le espressioni  artistiche, murales e graffiti writting, confluiscono nella Street art, il movimento  basato sull’arte visiva, inizialmente considerata come forma di protesta sociale, che con il tempo  ha conquistato  un consenso  generale, fino  al punto  che alcune amministrazioni cittadine hanno  commissionato agli  artisti  della Street art progetti  per valorizzare quello  che prima era solo un “grigio  muro  di  cemento”.

Ed è quello  che è avvenuto ad Arenzano (in provincia di  Genova), dove il Comune ha dato l’autorizzazione per il progetto Love Graffiti nel  sito  di  Marina Grande (all’inizio  del percorso  ciclo – pedonale che collega Arenzano con la cittadina di  Cogoleto).

Il progetto è nato nel maggio 2015 ed è stato totalmente  finanziato da Small axe Pub

Esso  si  ispira alle opere del cantautore genovese Fabrizio De André.

 


 

 


 

 

 

 

Street Art a “filo d’acqua”: i murales di Hula

Lo street artist Hula ritratto con alcune delle sue figure
Lo street artist Hula ritratto con alcune delle sue figure

 

Volti femminili che emergono dall’acqua facendo immaginare il corpo sommerso e che, riflettendosi nell’acqua, ne amplifica l’iperrealismo.

Non si tratta di  sirene, ma di  dipinti sui  muri  prospicienti  fiumi e canali: la Street Art a “filo d’acqua”.

L’idea di  realizzare questi  dipinti murali  è del  ventunenne Sean Yoro, in arte Hula, di  New York, ma cresciuto nell’isola di Oahu, nelle Hawaii.

Ed è naturale che, crescendo  tra le onde del  Pacifico, un ragazzo si  dedichi al  surf: nel  caso del  giovane street artist la tavola diventa strumento  di  lavoro o, per meglio  dire, il suo  atelier galleggiante, considerando  che tutte le sue opere nascono stando in equilibrio  su  di  essa.

Pu’uwai in lingua hawaiana vuol dire “cuore”, ed è con questa parola che Hula firma i suoi  ritratti.

Ed è  sempre con il cuore che si apprezza la visione di  questi  figure immerse nello  scorrere lento  dell’acqua.