” L’Origine del Mondo”: nudi d’antan alla Triennale di Milano

 

 

Anonimo, Stati Uniti 1950

 

La Triennale di  Milano ospiterà fino  al prossimo 17 dicembre la mostra L‘Origine del mondo che, già dal  riferimento al nome del celebre quadro  di Gustave Courbet, fornisce un valido indizio  sul tema dell’esposizione.

Infatti si  tratta di  200 fotografie trouvée  parte della collezione Alidem  dedicate all’erotismo tra il 1880 e gli  anni ’60 del  secolo  scorso.

Si  tratta di donne non certo  famose, sarte, lavandaie, operaie, attratte dalla possibilità  di  guadagnare qualche soldo.

Ma vi  sono anche donne semplicemente attratte da un nuovo  gioco  erotico,  da fare in privato,  con  il proprio  uomo.

Le stesse immagini, con il tempo, diventeranno oggetto  di una particolare forma di collezionismo e propedeutiche allo  studio  del  corpo  femminile di  fotografi famosi  quali, ad esempio, Helmut Newton.

L’ingresso  alla mostra è gratuito.

Orari: dal  martedì  alla domenica 10.30 – 20.30 

Fotografa i borghi italiani e vinci ricchi premi (concorso TCI)

Arenzano in provincia di Genova

 

Il 2017 è stato  dichiarato dal ministero  dei  Beni Culturali   l’Anno  dei  borghi italiani perché essi  sono un patrimonio della cultura e del paesaggio  del nostro  Paese.

Il Touring Club Italiano a questo  riguardo ha indetto un concorso (termine 28 febbraio 2018) con un unico  limite che è di inviare foto  di  borghi  con meno  di 15.000 abitanti

LEGGI IL REGOLAMENTO NELLA  PAGINA DEL  TCI

Quando Helmut Newton fotografava per Playboy

Il primo numero di Playboy, pubblicato nel dicembre 1953, con una sorridente Marilyn Monroe in copertina

 

Playboy: al meno  una volta nella vita sarà capitato a chiunque di  sfogliare questa rivista:  è ovvio  che quel “chiunque” è sinonimo di pubblico  maschile ( con questo non si  vuole precludere l’idea che anche una donna possa aver trovato piacere leggendola).

Di Hugh  Hefner, morto  ieri all’età di 91 anni,   si è detto  già molto (nel  bene e nel male) nei  necrologi  dei  media, quindi non ci  dilunghiamo  ad aggiungere altre parole viste altrove.

E’ la sua creatura ad interessarci  di più, cioè Playboy, non come parata di  corpi  statuari (femminili) messi lì  a stuzzicare l’aumento  di  testosterone nel  soggetto  maschile, ma in quanto palestra per tanti  fotografi che si  sono  avvicendati nella realizzazione delle sue pagine.

Come non nominare, quindi, Helmut Newton  (il cui  vero nome ricordiamo  essere Helmut Neustädter ) che lavorò lungamente ed intensamente per Playboy impreziosendola con il suo stile improntato   ad un erotismo  raffinato.

 

Il libro Playboy Helmut Newton  (Mondadori  Electa € 35.00) comprende 160 scatti  realizzati  tra l’inizio  degli  anni ’70 e l’ultimo  periodo  di  collaborazione con le rivista nel 2002, cioè  due anni prima della morte del  fotografo  avvenuta il 23 gennaio 2004.

Vivian Maier: il caso, la scoperta, una fotografa

Vivian Maier autoritratto

 

A vederla ritratta nel poster che pubblicizza la mostra a lei  dedicata, presso il Palazzo  Ducale di  Genova (chiude il prossimo  8 ottobre), Vivian Maier richiama alla mente il personaggio  di  Mary Poppins.

In effetti lei, che non era una fotografa professionista, di  mestiere faceva appunto  la tata, lavorando  tra le città di  New York  e Chicago.

Nei   momenti liberi, armata della sua inseparabile Rolleiflex,  andava in giro per le strade fotografando uomini, donne, anziani  e bambini senza che loro  se ne accorgessero  e quindi si  mettessero in posa.

Vivian Maier  fotografava per se stessa, non vendeva le immagini, tanto  meno partecipava a mostre: è un puro  caso  se  i negativi  e alcune foto scattate da  questa misconosciuta artista vennero  ritrovati nel 2007  da un agente immobiliare, John Maloof, rinchiusi in scatoloni  messi in vendita ad un’asta.

Da allora John Maloof non ha fatto  altro  che dare la caccia alle immagini scattate da Vivian Maier, fino ad arrivare a collezionare 15.000 negativi  e 3.000 stampe.

Cinzia Ghigliano, una tra le più brave (e rare) fumettiste italiane, le ha dedicato un libro  dal  semplice titolo Lei, Vivian Maier (ed. Orecchio  Acerbo) premio Andersen 2016 come miglior libro  fatto  ad arte.

 

 

Vivian era misteriosa. Portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry, camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo

dal libro  Lei, Vivian Maier di  Cinzia Ghigliano

 

 

Bruce Chatwin, il viaggio continua a Castelnuovo Magra

 

Forse,  troppo  abituati  all’idea che Bruce Chatwin utilizzava per fissare le sue impressioni  di  viaggio  solo le mitiche Moleskine, è passato  sotto tono  il fatto  che il Viaggiatore assoluto – così qualcuno  definì Chatwin, considerando  che lui stesso  odiava descriversi  come scrittore di  viaggi – potesse far uso di una macchina fotografica con cui  scattare delle immagini  a corredo delle sue parole scritte.

La macchina fotografica era una Leica (What else?   Così direbbe George Clooney  che però pubblicizza macchine per il caffèe le sue foto non ebbero  mai  la fama dei  suoi  libri: anzi, nel 1970, il Sunday Times rifiutò un suo  reportage di un viaggio in Mauritania.

L’archivio fotografico  di  Chatwin è composto  da tremila foto in bianco  e nero, quasi  un monocromo  di  grigi, senza didascalie o  riferimenti utili per collocarle in uno spazio  geografico, le uniche informazioni  sono  quelle che sua moglie, Elisabeth Chatwin, è riuscita a dare utilizzando la propria memoria per rinverdire i  ricordi  di  viaggio  di  suo  marito.

Oggi,  fino  all’ 8 ottobre di  quest’anno, una selezione di  queste foto  è visibile nella mostra Bruce Chatwin, il viaggio  continua a Castelnuovo Magra (SP) presso la Torre del Castello dei  Vescovi di  Luni.

Il 5 settembre, sempre nella sede museale, alle 17.30 ci  sarà un incontro con Elisabeth  Chatwin  che racconterà i viaggi e le passioni  del suo  celebre marito.

 


 


 

 

 

 

Elisabeth “Lee” Miller Penrose: modella, fotografa di moda e di guerra

 

 

Guardando  questa foto  si percepisce subito  la stanchezza nel  volto  della donna colta mentre fa un bagno per togliersi  la fatica di  dosso.

Sembrerebbe, comunque una normale foto di  qualche decennio  fa.

 

Sennonché, andando a guarda l’immagine per intero, il quadro  cambia per due fondamentali  elementi: gli scarponi militari che la donna stessa ha indossato poco  prima di  concedersi  quel  bagno, la foto di  Adolf Hitler nell’angolo  a sinistra del  bordo  della vasca.

A questo punto, se non era già chiaro  dall’inizio  l’identità della donna, scopriamo  che la foto  è stata scattata durante la fine della Seconda guerra mondiale e, soprattutto, che lei è una delle poche donne fotoreporter a seguito  dell’esercito  degli  Stati Uniti: Lee Miller.

 

La foto, insieme ad altre,  furono  scattate dal suo collega David Scherman della rivista Life, dopo la caduta di Monaco  di  Baviera nell’aprile del   1945nell’appartamento di  Hitler.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Pougheepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

 

Lee Miller ritratta nel 1944 con la divisa dell’esercito statunitense

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, molti  sospetti  ricaddero sullo  stesso padre che, un’ anno  dopo  dalla violenza e finché Lee non ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

Quell’uomo  era Condé Montrose Nast, l’editore di  Vogue.

L’uomo, colpito  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle subito  come modella per la copertina illustrata di  Vogue nel numero  di marzo 1927 e, naturalmente come fotomodella

 

 

In seguito  conobbe Man Ray allacciando  con lui  un rapporto  intimo e scoprendo che quella che era una sua passione,  cioè la fotografia, poteva diventare un vero  e proprio  lavoro. Ed infatti  divenne con il tempo un’apprezzata fotografa di moda, lavorando  sempre per Vogue.

Sempre nel periodo  newyorchese ebbe modo  di  conoscere artisti  ed intellettuali  del  calibro  di  Pablo  Picasso che le dedicò un ritratto   e Jean Cocteau il quale, nel  suo  film del 1929 Le sang d’un poéte, le diede una piccola parte.  

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose, storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

 

Pablo Picasso, ritratto di Lee Miller

 

E’ con la guerra che lei decide che non può limitarsi ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di  Lee Miller.

 


 

 

Lee Miller: Due giovani donne tedesche sedute su una panchina del parco. Colonia 1945.

 


 

Due appuntamenti a Parma dedicati a Patti Smith fotografa

 

Fino al prossimo  16 luglio    Parma offre una doppia occasione culturale per gli  amanti  della fotografia in due mostre visitabili  presso il Palazzo  del  Governatore: Higher Learning e The NY Scene.

 

 

Le due mostre hanno il comune denominatore nella figura della cantante e poetessa Patti Smith che,   all’Università Parma, ha ricevuto lo  scorso 3 maggio la laurea ad honorem.

La prima mostra, Higher Learning è composta da 120 fotografie scattate dalla stessa artista utilizzando una Polaroid prodotta alla fine degli  anni ’60 e cioè una Land 250 come quella mostrata nell’immagine in basso  .

Le fotografie, tutte rigorosamente in bianco  e nero,  sono  quelle che Patti  Smith ha  scattato in giro per il mondo  e che lei  considera come una sorta di  diario  visivo legato  al  tema del  suo libro  M Train  di cui  diamo  un’anteprima a fine articolo.

Higher Learning si  può considerare come il proseguimento ampliato   un’altra sua mostra, Eighteen Stations, presentata recentemente a  New York e Stoccolma.

The NY Scene propone 150 immagine legate al  clima intellettuale che la stessa Patti  Smith  ha vissuto  nella Grande Mela durante il periodo  tra gli  anni Settanta ed Ottanta.

INFO MOSTRE

 


 


 

HCB: Kriegsgefangener 845

 

 

Kriegsgefangener 845: in tedesco  significa prigioniero  845, era il numero  assegnato  durante la  prigionia a Henri  Cartier-Bresson, catturato  dai  tedeschi il 22 giugno  del 1940 nei Vosgi mentre svolgeva il compito  di caporale fotografo  nell’esercito  francese.

La storia, però, dice che il suo periodo  di  detenzione fu marcata da ben tre tentativi  di  evasione (l’ultima con successo) che, una volta terminata la guerra, lui ricorderà come il suo  viaggio  più importante.

Henri   Cartier-Bresson, utilizzando  la sua mitica Leica, documentò la liberazione del suo  Paese, in seguito  dietro l’invito dell’Owi  (Office of War Information, cioè l’istituto  di informazione e propaganda dell’esercito  americano), realizzò il documentario Le Retour  sempre incentrato  sulla liberazione della Francia (il video è visibile al  termine dell’articolo).

Jean David Morvan e Séverine Tréfouël, insieme all’illustratore S. Savoia, hanno realizzato il graphic novel Cartier -Bresson, Germania 1945 sulla vita del  celebre fotografo  francese durante la sua prigionia.

Dalla recensione di  Google Libri:
Esistono  fotografie che sono un emblema come questa scattata da Cartier-Bresson, potrebbe essere l’ultima della Seconda guerra mondiale o la prima della Liberazione. ma è anche uno degli  esempi più eloquenti  dello stile del suo  autore. Un’immagine colta in modo  rapido, mai  riquadrata,  dove tutto però sembra studiato, ponderato, calcolato  al  millimetro. Un’icona che invita a riflettere sull’arte e sulla libertà.

 

La foto, e il disegno corrispondente, dell’ex -prigioniera che colpisce una collaborazionista dopo averla riconosciuta.

 

Cartier-Bresson, Germania 1945 è edito  da Contrasto (euro 24,00)

 

 


 

 

 


 

 

 

 

 

 

Indietro nel tempo con le immagini di Richard Tuschman

Immagine tratta da Once Upon A Time in Kazimierz – Richard Tuschman

 

Per il fotografo  americano Richard Tuschman la macchina del  tempo esiste e non è certo  quella inventata da strampalati  scienziati protagonisti di  cult movie.

La sua capacità, forse sarebbe meglio  dire le sue doti  di  creatività, gli permettono  di ricostruire nelle sue fotografie ambienti del  tutto uguali  a quelli  del passato.

Un esempio  è il suo  progetto C’era una volta a Kazimierz (Kazimierz è il quartiere ebraico  di  Cracovia) dove l’osservatore, guardando i personaggi  e l’ambientazione  delle fotografie, ha l’impressione  di  fare un salto indietro  nel  tempo, in questo  caso nella Cracovia del 1930.

Tuschman non si limita a questi salti  temporali, riuscendo a far vivere personaggi di  quadri  d’autore: un esempio  è la sua serie incentrata sui  quadri  di Edward Hopper.

Le realizzazioni di Tuschman si  basano, oltre ad un sapiente uso della tecnica fotografica, molto sull’aspetto artigianale del progetto: lui  stesso crea i modelli che fanno  da sfondo  alle foto quindi, in un secondo  tempo, fotografa i soggetti  che fanno  da modello  inserendoli nel  contesto dell’opera.

Nel video  che segue Richard Tuschman spiega alcune  fasi  del  suo lavoro Once Upon A Time in Kazimierz.

 


 


 

Con Frontback raddoppi i tuoi selfie

 

Pur non amando  molto il fenomeno  dei  selfie, palestra più per il narcisismo  che per la tecnica fotografica, non possiamo  trascurarne la diffusione.

Vietandoci  la pubblicazione di  personali  autoscatti, in effetti un selfie è appunto  questo,  ne parliamo attraverso  la realizzazione dell’applicazione, per Android ed iOS, di Frontback.

La sua particolarità risiede nel  fatto che attraverso  di  essa si possono arricchire i  selfie con  un’ulteriore immagine che mostra ciò che è  di  fronte al selfista.

Naturalmente le foto  ottenute possono  essere ulteriormente arricchite da didascalie e condivise con i principali social  network.

Nulla di più.