Elisabeth “Lee” Miller Penrose: modella, fotografa di moda e di guerra

 

 

Guardando  questa foto  si percepisce subito  la stanchezza nel  volto  della donna colta mentre fa un bagno per togliersi  la fatica di  dosso.

Sembrerebbe, comunque una normale foto di  qualche decennio  fa.

 

Sennonché, andando a guarda l’immagine per intero, il quadro  cambia per due fondamentali  elementi: gli scarponi militari che la donna stessa ha indossato poco  prima di  concedersi  quel  bagno, la foto di  Adolf Hitler nell’angolo  a sinistra del  bordo  della vasca.

A questo punto, se non era già chiaro  dall’inizio  l’identità della donna, scopriamo  che la foto  è stata scattata durante la fine della Seconda guerra mondiale e, soprattutto, che lei è una delle poche donne fotoreporter a seguito  dell’esercito  degli  Stati Uniti: Lee Miller.

 

La foto, insieme ad altre,  furono  scattate dal suo collega David Scherman della rivista Life, dopo la caduta di Monaco  di  Baviera nell’aprile del   1945nell’appartamento di  Hitler.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Pougheepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

 

Lee Miller ritratta nel 1944 con la divisa dell’esercito statunitense

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, molti  sospetti  ricaddero sullo  stesso padre che, un’ anno  dopo  dalla violenza e finché Lee non ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

Quell’uomo  era Condé Montrose Nast, l’editore di  Vogue.

L’uomo, colpito  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle subito  come modella per la copertina illustrata di  Vogue nel numero  di marzo 1927 e, naturalmente come fotomodella

 

 

In seguito  conobbe Man Ray allacciando  con lui  un rapporto  intimo e scoprendo che quella che era una sua passione,  cioè la fotografia, poteva diventare un vero  e proprio  lavoro. Ed infatti  divenne con il tempo un’apprezzata fotografa di moda, lavorando  sempre per Vogue.

Sempre nel periodo  newyorchese ebbe modo  di  conoscere artisti  ed intellettuali  del  calibro  di  Pablo  Picasso che le dedicò un ritratto   e Jean Cocteau il quale, nel  suo  film del 1929 Le sang d’un poéte, le diede una piccola parte.  

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose, storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

 

Pablo Picasso, ritratto di Lee Miller

 

E’ con la guerra che lei decide che non può limitarsi ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di  Lee Miller.

 


 

 

Lee Miller: Due giovani donne tedesche sedute su una panchina del parco. Colonia 1945.

 


 

Take That, Adolf!

 

Beccati  questo, Adolf! 

Possiamo  tranquillamente asserire che Adolf Hitler non abbia mai  letto un fumetto  della Marvel e, se mai ne avesse avuto l’occasione, si  sarebbe risentito per essere stato  sbeffeggiato da eroi (di  carta) in calzamaglia.

Forse avrebbe chiesto  al suo stato  maggiore di indagare se dietro al  quel  fantomatico  Captain America, che impunemente lo  prende a pugni in una striscia, non vi  fosse un complotto degli  Stati Uniti per farlo  fuori ancora prima della sua entrata in guerra.

Il fumetto, infatti uscì nelle edicole american e nel 1940 e solo  l’anno  dopo, cioè dopo  l’attacco  di  Pearl  Harbour, gli  Stati Uniti entrarono in guerra contro l’imperatore Hirohito e i suoi soci  dell’Asse Mussolini  ed Hitler.

Vi  è da fare anche una piccola considerazione che è quella di un’opinione pubblica, quella americana, che si indigna nei  confronti  di quei  regimi dittatoriali ancora prima dell’evento che porterà Gli Stati  Uniti in guerra.

Se non vi  fosse stato l’attacco  di  Pearl Harbour (facendo  quindi ricorso al concetto  di  ucronia) sarebbero bastati  gli  eroi  dei  fumetti a far convincere il governo  americano che la guerra non era solo  una disgrazia accaduta ad altri?

Molto probabilmente, con buona pace per Captain America, la risposta è no.

Anche oggi, però, avremmo bisogno  di  quel Take That indirizzato a quegli individui che, forti del loro potere, decidono cosa sia giusto  o meno, magari indossando  anche loro una maschera che ne nasconde i veri  fini.

Take That, Adolf! è il libro  edito dalla Fantagraphic Books ( 29,90 dollari  su  Amazon) che raccoglie cinquecento  copertine dei  fumetti con i Supereroi  chiamati alla guerra contro  le dittature.

Di  seguito un’anteprima del libro.

 

 

HCB: Kriegsgefangener 845

 

 

Kriegsgefangener 845: in tedesco  significa prigioniero  845, era il numero  assegnato  durante la  prigionia a Henri  Cartier-Bresson, catturato  dai  tedeschi il 22 giugno  del 1940 nei Vosgi mentre svolgeva il compito  di caporale fotografo  nell’esercito  francese.

La storia, però, dice che il suo periodo  di  detenzione fu marcata da ben tre tentativi  di  evasione (l’ultima con successo) che, una volta terminata la guerra, lui ricorderà come il suo  viaggio  più importante.

Henri   Cartier-Bresson, utilizzando  la sua mitica Leica, documentò la liberazione del suo  Paese, in seguito  dietro l’invito dell’Owi  (Office of War Information, cioè l’istituto  di informazione e propaganda dell’esercito  americano), realizzò il documentario Le Retour  sempre incentrato  sulla liberazione della Francia (il video è visibile al  termine dell’articolo).

Jean David Morvan e Séverine Tréfouël, insieme all’illustratore S. Savoia, hanno realizzato il graphic novel Cartier -Bresson, Germania 1945 sulla vita del  celebre fotografo  francese durante la sua prigionia.

Dalla recensione di  Google Libri:
Esistono  fotografie che sono un emblema come questa scattata da Cartier-Bresson, potrebbe essere l’ultima della Seconda guerra mondiale o la prima della Liberazione. ma è anche uno degli  esempi più eloquenti  dello stile del suo  autore. Un’immagine colta in modo  rapido, mai  riquadrata,  dove tutto però sembra studiato, ponderato, calcolato  al  millimetro. Un’icona che invita a riflettere sull’arte e sulla libertà.

 

La foto, e il disegno corrispondente, dell’ex -prigioniera che colpisce una collaborazionista dopo averla riconosciuta.

 

Cartier-Bresson, Germania 1945 è edito  da Contrasto (euro 24,00)