Quando Helmut Newton fotografava per Playboy

Il primo numero di Playboy, pubblicato nel dicembre 1953, con una sorridente Marilyn Monroe in copertina

 

Playboy: al meno  una volta nella vita sarà capitato a chiunque di  sfogliare questa rivista:  è ovvio  che quel “chiunque” è sinonimo di pubblico  maschile ( con questo non si  vuole precludere l’idea che anche una donna possa aver trovato piacere leggendola).

Di Hugh  Hefner, morto  ieri all’età di 91 anni,   si è detto  già molto (nel  bene e nel male) nei  necrologi  dei  media, quindi non ci  dilunghiamo  ad aggiungere altre parole viste altrove.

E’ la sua creatura ad interessarci  di più, cioè Playboy, non come parata di  corpi  statuari (femminili) messi lì  a stuzzicare l’aumento  di  testosterone nel  soggetto  maschile, ma in quanto palestra per tanti  fotografi che si  sono  avvicendati nella realizzazione delle sue pagine.

Come non nominare, quindi, Helmut Newton  (il cui  vero nome ricordiamo  essere Helmut Neustädter ) che lavorò lungamente ed intensamente per Playboy impreziosendola con il suo stile improntato   ad un erotismo  raffinato.

 

Il libro Playboy Helmut Newton  (Mondadori  Electa € 35.00) comprende 160 scatti  realizzati  tra l’inizio  degli  anni ’70 e l’ultimo  periodo  di  collaborazione con le rivista nel 2002, cioè  due anni prima della morte del  fotografo  avvenuta il 23 gennaio 2004.

Da Parigi a Genova: le opere di Picasso

Le bagnati, 1918 – Pablo Picasso

 

Il Palazzo  Ducale di  Genova dopo  il  successo  della mostra dedicata a Modigliani, al netto  della vicenda giudiziaria per una serie di  quadri  esposti ritenuti  falsi, si prepara ad ospitare un altro  grande della pittura moderna: Pablo  Picasso.

Infatti, dal 10 novembre 2017 e fino  al 6 maggio  2018, si  terrà la mostra Capolavori  dal  Museo  Picasso di  Parigi, con una selezione di opere provenienti  dal Musée  national Picasso  della capitale francese.

Si tratta in particolare di opere che Picasso ha sempre tenuto  con sé nel  corso  degli anni e dei  suoi  trasferimenti, che lo  hanno  accompagnato  nella quotidianità: tracce evidenti  nel profondo  legame arte-vita che lo  ha contraddistinto.

In esposizione anche numerose fotografie, che lo ritraggono  accanto alle opere nei  suoi  diversi  atelier che furono  nella realtà delle ver e proprie officine creative, dagli  esordi  parigini del  Bateau- Lavoir fino  alle mas le grandi  case nella campagna provenzale in cui  decise di  trascorrere gli ultimi  anni.

Tratto  dal  dépliant introduttivo  alla mostra

 

 

Vivian Maier: il caso, la scoperta, una fotografa

Vivian Maier autoritratto

 

A vederla ritratta nel poster che pubblicizza la mostra a lei  dedicata, presso il Palazzo  Ducale di  Genova (chiude il prossimo  8 ottobre), Vivian Maier richiama alla mente il personaggio  di  Mary Poppins.

In effetti lei, che non era una fotografa professionista, di  mestiere faceva appunto  la tata, lavorando  tra le città di  New York  e Chicago.

Nei   momenti liberi, armata della sua inseparabile Rolleiflex,  andava in giro per le strade fotografando uomini, donne, anziani  e bambini senza che loro  se ne accorgessero  e quindi si  mettessero in posa.

Vivian Maier  fotografava per se stessa, non vendeva le immagini, tanto  meno partecipava a mostre: è un puro  caso  se  i negativi  e alcune foto scattate da  questa misconosciuta artista vennero  ritrovati nel 2007  da un agente immobiliare, John Maloof, rinchiusi in scatoloni  messi in vendita ad un’asta.

Da allora John Maloof non ha fatto  altro  che dare la caccia alle immagini scattate da Vivian Maier, fino ad arrivare a collezionare 15.000 negativi  e 3.000 stampe.

Cinzia Ghigliano, una tra le più brave (e rare) fumettiste italiane, le ha dedicato un libro  dal  semplice titolo Lei, Vivian Maier (ed. Orecchio  Acerbo) premio Andersen 2016 come miglior libro  fatto  ad arte.

 

 

Vivian era misteriosa. Portava camicie da uomo, imprecava in francese, conosceva a memoria tutti i racconti di O. Henry, camminava come un uccello. E così, come un trampoliere dalle lunghe gambe, ha attraversato il suo tempo fotografandolo

dal libro  Lei, Vivian Maier di  Cinzia Ghigliano

 

 

La Collezione Salce a Treviso: una mostra in tre puntate

Adolf Hohenstein – Manifesto pubblicitario per Monaco Exposition et concours de canots automobiles (1900)

 

A Treviso è aperto  dal  maggio  scorso il Museo  nazionale Collezione Salce dedicata interamente all’arte grafica.

Ferdinando  Salce (Treviso, 22 marzo 1878 – Treviso, 1962) per sessantasette anni collezionò manifesti pubblicitari che, al  di  la della semplice  funzione legata alla pubblicità di un prodotto  od evento, sono anche la storia dell’evoluzione dell’arte grafica in Italia.

Il Museo Salce ospiterà la mostra Illustri persuasioni in un percorso  espositivo  diviso in tre tappe:

La Belle Époque – fino  al 1° ottobre

Tra le due guerre – dal 14 ottobre 2017 al  14 gennaio 2018

Dal  secondo  dopoguerra al 1962 – da giugno 2018

Museo  nazionale Collezione Salce

Treviso, via Carlo  Alberto 31

Orario 10.00 – 18.00 /venerdì 10.00 – 21.00

Chiuso  lunedì, martedì e mercoledì

 

 

Bruce Chatwin, il viaggio continua a Castelnuovo Magra

 

Forse,  troppo  abituati  all’idea che Bruce Chatwin utilizzava per fissare le sue impressioni  di  viaggio  solo le mitiche Moleskine, è passato  sotto tono  il fatto  che il Viaggiatore assoluto – così qualcuno  definì Chatwin, considerando  che lui stesso  odiava descriversi  come scrittore di  viaggi – potesse far uso di una macchina fotografica con cui  scattare delle immagini  a corredo delle sue parole scritte.

La macchina fotografica era una Leica (What else?   Così direbbe George Clooney  che però pubblicizza macchine per il caffèe le sue foto non ebbero  mai  la fama dei  suoi  libri: anzi, nel 1970, il Sunday Times rifiutò un suo  reportage di un viaggio in Mauritania.

L’archivio fotografico  di  Chatwin è composto  da tremila foto in bianco  e nero, quasi  un monocromo  di  grigi, senza didascalie o  riferimenti utili per collocarle in uno spazio  geografico, le uniche informazioni  sono  quelle che sua moglie, Elisabeth Chatwin, è riuscita a dare utilizzando la propria memoria per rinverdire i  ricordi  di  viaggio  di  suo  marito.

Oggi,  fino  all’ 8 ottobre di  quest’anno, una selezione di  queste foto  è visibile nella mostra Bruce Chatwin, il viaggio  continua a Castelnuovo Magra (SP) presso la Torre del Castello dei  Vescovi di  Luni.

Il 5 settembre, sempre nella sede museale, alle 17.30 ci  sarà un incontro con Elisabeth  Chatwin  che racconterà i viaggi e le passioni  del suo  celebre marito.

 


 


 

 

 

 

“Una ballata del mare salato”: cinquantesimo anniversario

 

Tra le riviste italiane dedicate al mondo  del  fumetto una in particolare viene ricordata per aver ospitato la prima avventura di  Corto  Maltese e cioè la celeberrima Una ballata del mare salato.

Questa rivista era Stg. Kirk,  pubblicata dall’editore genovese Fiorenzo  Ivaldi a partire dal mese di luglio  del 1967, con  Hugo Pratt  (ed ovviamente Corto  Maltese) come fiore all’occhiello.

Se Stg:Kirk ebbe una vita editoriale breve, terminò  la pubblicazione neanche due anni  dopo  nel febbraio del 1969, certamente la prima avventura di  Corto  Maltese ebbe maggior fortuna.

Infatti  Una ballata del mare salato verrà ripubblicata a puntate, nel 1969, sul Corriere dei Piccoli: si  dice  che fra i lettori  veneti  del  Corriere dei  Piccoli vi  furono alcuni  che si  risentirono  perché Hugo Pratt aveva fatto parlare gli indigeni  utilizzando il dialetto veneziano.

 

Ma a parte il malcontento di  qualche proto – leghista veneto, ormai Una ballata del mare salato ha preso  la rotta  della notorietà: la Mondadori ne pubblicherà tre ristampe negli  anni 1972, 1975 e 1979. In questa occasione   l’articolo  di inizio  titolo  da indeterminativo  diventerà determinativo per cui  diventerà La ballata del  mare salato.

Va comunque ricordata un’edizione speciale del 1976 a cura della casa editrice Albatros con  gli  acquarelli di  Mariolina Pasqualini.

Nell’ottobre del 1983 la Rizzoli lancia il suo  mensile Corto  Maltese riproponendone la prima avventura con il titolo  originale.

Altre edizioni  seguirono  negli  anni, tra cui una curiosa edizione mignon della casa editrice Lo Scarabeo (dello  stesso Fiorenzo  Ivaldi) con una serie di  volumi  delle dimensioni  di un mazzo  di  carte.

In occasione del  cinquantesimo  anniversario della prima pubblicazione di Una  ballata del mare salato, la Rizzoli Lizard propone  un’edizione anastatica  a tiratura limitata (3.000 copie al  prezzo di  59 euro) riproducente le tavole originali  del  racconto

 


 

 


 

Elisabeth “Lee” Miller Penrose: modella, fotografa di moda e di guerra

 

 

Guardando  questa foto  si percepisce subito  la stanchezza nel  volto  della donna colta mentre fa un bagno per togliersi  la fatica di  dosso.

Sembrerebbe, comunque una normale foto di  qualche decennio  fa.

 

Sennonché, andando a guarda l’immagine per intero, il quadro  cambia per due fondamentali  elementi: gli scarponi militari che la donna stessa ha indossato poco  prima di  concedersi  quel  bagno, la foto di  Adolf Hitler nell’angolo  a sinistra del  bordo  della vasca.

A questo punto, se non era già chiaro  dall’inizio  l’identità della donna, scopriamo  che la foto  è stata scattata durante la fine della Seconda guerra mondiale e, soprattutto, che lei è una delle poche donne fotoreporter a seguito  dell’esercito  degli  Stati Uniti: Lee Miller.

 

La foto, insieme ad altre,  furono  scattate dal suo collega David Scherman della rivista Life, dopo la caduta di Monaco  di  Baviera nell’aprile del   1945nell’appartamento di  Hitler.

Il 30 aprile del 1945,  nel  rifugio – bunker di  Berlino, Hitler ed Eva Braun si  suicidarono.

Lee Miller nacque il 23 aprile 1907 a Pougheepsie (stato  di  New York), suo  padre Theodore Miller  era ingegnere con la passione per la fotografia.

 

Lee Miller ritratta nel 1944 con la divisa dell’esercito statunitense

A soli  sette anni Lee Miller fu  vittima di una violenza sessuale che le procurò la gonorrea: non fu  mai  accertata l’identità del  violentatore, molti  sospetti  ricaddero sullo  stesso padre che, un’ anno  dopo  dalla violenza e finché Lee non ebbe vent’anni, incominciò  a fotografare la figlia nuda andando così ad alimentare i  sospetti  per un atteggiamento  definito morboso.

La svolta nella   vita di  Lee Miller fu  paradossalmente la conseguenza di un incidente mancato: nel 1927, mentre  attraversando una strada di  New York stava finendo investita da un auto,  un uomo provvidenzialmente la spinse di  lato.

Quell’uomo  era Condé Montrose Nast, l’editore di  Vogue.

L’uomo, colpito  dalla bellezza e dal portamento  di  Lee Miller, la volle subito  come modella per la copertina illustrata di  Vogue nel numero  di marzo 1927 e, naturalmente come fotomodella

 

 

In seguito  conobbe Man Ray allacciando  con lui  un rapporto  intimo e scoprendo che quella che era una sua passione,  cioè la fotografia, poteva diventare un vero  e proprio  lavoro. Ed infatti  divenne con il tempo un’apprezzata fotografa di moda, lavorando  sempre per Vogue.

Sempre nel periodo  newyorchese ebbe modo  di  conoscere artisti  ed intellettuali  del  calibro  di  Pablo  Picasso che le dedicò un ritratto   e Jean Cocteau il quale, nel  suo  film del 1929 Le sang d’un poéte, le diede una piccola parte.  

Nel 1937, dopo il matrimonio  con un imprenditore di origine egiziana,  andrà  a Parigi dove incontrerà Roland Penrose, storico  e poeta britannico,  che sposerà,  dopo il divorzio  con il primo  marito, solo  alla fine della guerra.

 

Pablo Picasso, ritratto di Lee Miller

 

E’ con la guerra che lei decide che non può limitarsi ad essere solo una fotografa di moda: lavorando  sempre per Vogue, si  aggrega all’esercito  statunitense seguendolo  nel  suo  avanzare dalla Normandia fino  a Parigi.

Le sue foto  documentarono l’orrore del nazismo  una volta varcati i cancelli  di  Dachau: quest’orrore, unito forse al  ricordo  della violenza subito  di  quando  era piccola, la segnarono una volta ritornata alla vita civile: divenne schiava dell’alcool e della depressione.

Morì di  tumore all’età di  settant’anni a Chiddingly nell’East Sussex in Inghilterra.

Solo  dopo  la sua morte suo  figlio Antony scoprì per caso  nel  solaio  della loro  caso  nel  Sussex, un vero  e proprio  tesoro  nascosto  dalla madre: migliaia e migliaia di  foto  e negativi scattati  da Lee Miller.

Questo aiutò Antony Penrose a riprendere quel  rapporto  difficile che ebbe con la madre in vita, e tramandarne il suo  ricordo facendo conoscere al  grosso pubblico l’arte di  Lee Miller.

 


 

 

Lee Miller: Due giovani donne tedesche sedute su una panchina del parco. Colonia 1945.

 


 

Meglio Sam Pezzo che un libro sui cafonal chic

 

Non vi  consiglieremo  mai  di  acquistare un libro  fotografico, al  modico  prezzo  di  settanta euro,  che parla,  anzi  fotografa, la vita di alcuni   super ricchi che, per stigmatizzare la loro  differenza di  classe, dimostrano appunto  di non averne: si lavano  le mani  con lo  champagne, hanno le toilette con i rubinetti d’oro, vestono i loro  cani  con capi  firmati.

C’era proprio  bisogno di produrre un simile libro?

Cacciando  nell’oblio sia il titolo  del  libro  che il nome del  fotografo (o fotografa), parleremo si di un libro dedicato  ad un personaggio italiano del mondo  dei  fumetti: Sam Pezzo.

Nato dalla matita di Vittorio  Giardino, il quale rinunciando ad una proficua carriera di ingegnere e manager per quella di  fumettista, Sam Pezzo è un investigatore privato che opera nella Bologna degli anni ’80  e che nell’ indossare quel  trench  ed il borsalino ricorda un po’ Humphrey  Bogart ne Il mistero  del  falco .

La Bologna che fa da sfondo alle avventure del  detective è lontana dal  cliché della città universitaria e delle osterie: è una Bologna a tratti  crudele con affari loschi tra politica e vita privata, lavoro  precario e periferie degradate: quello  che in sostanza, quasi  quarant’anni dopo, è lo scenario  dell’Italia attuale.

La casa editrice Rizzoli nel 2016 diede alle stampe il libro Sam Pezzo un detective, una città nelle cui  duecentosettantadue pagine in bianco  e nero sono  raccolte le storie di  Sam Pezzo  pubblicate tra il 1979 ed il 1983 sulle riviste Il Mago  e Orient Express.

 Nonostante il successo ottenuto  sia in Italia che in Francia e negli  Stati  Uniti, Vittorio  Giardino  con la graphic novel (dal  titolo più che eloquente) Shit City, pubblicato  nel 1983 sulla rivista Orient Express, mette fine alle avventure del detective Sam Pezzo. 

Questo non impedisce, però, all’autore di  continuare nel  creare altri  personaggi come la spia Max Fridman, e puntare anche al  fumetto in salsa erotica con Little Ego.

 

 

 


 

 

 

 


 

Bill Watterson che abbandonò Calvin & Hobbes per insoddisfazione

 

 

Caro editore,

smetterò di  disegnare Calvin & Hobbes alla fine dell’anno. Questa decisione non è recente, tanto  meno  facile e la prendo  con una certa tristezza. Tuttavia i mei  interessi  sono cambiati e credo  di  aver fatto il possibile all’interno  della costrizione delle scadenze giornaliere ed i piccoli  spazi.

Ho voglia di  lavorare con un  ritmo  più meditato, con meno compromessi  sul piano  artistico.

Non ho  ancora deciso  sui  mei  progetti futuri, ma la mia relazione con la Universal  Press Syndacate proseguirà.

Che tanti  giornali  abbiano  pubblicato Calvin & Hobbes è un onore del  quale sarò a lungo  orgoglioso, ho inoltre apprezzato molto il vostro  sostegno e la vostra indulgenza negli ultimi  dieci  anni.

Disegnare questa striscia è stato un privilegio ed un piacere e vi  ringrazio per avermene dato l’opportunità.

Bill Watterson

 

Questo è il testo  della lettera inviata da Bill Watterson agli  editore il 9 novembre 1995.

Un mese dopo, il 31 dicembre, il piccolo Calvin ed il suo amico Hobbes, una tigre di peluche che si  anima solo quando  sono  soli,  si  avviano  malinconicamente verso  l’ultima loro  avventura in un paesaggio innevato.

Perché Bill Watterson all’apice del  suo  successo –  Calvin & Hobbes venne pubblicato  su più di 2.400 giornale (in Italia da Linus) – volle ritirarsi lo  si può comprendere leggendo  tra le righe della sua lettera dove denuncia sia i  ritmi da catena di montaggio a cui doveva sottostare per la consegna delle tavole, sia il fatto  che tutto il suo lavoro  veniva compresso nello spazio  di una striscia.

Eppure, quando nel novembre del 1985, a ventisette anni  Bill Watterson – che oggi  di  anni  ne ha quasi  cinquantanove  essendo  nato  a Washington il   5 luglio 1958 –  lasciò perdere la sua carriera di pubblicista (lavoro che detestava) per intraprendere quello   di  fumettista, certo non pensava a ciò che andava incontro, ma solo allo  sviluppo  di  quei  due personaggi che tanta soddisfazione gli  avrebbero  dato nei  dieci anni  a seguire, tra l’altro  nel 1986 e 1988 vincerà l’Outstanding Cartoonist of the Year, premio  conferito  dalla National  Cartoonist Society per il miglior fumettista dell’anno.

Addirittura, nel 2010,   alla serie di  Calvin & Hobbes  la United States Postal  Service dedicò un francobollo.

 

 

Chi  sono, però, i due personaggi?

Calvin è un bambino figlio unico  che, data l’età, dimostra i lati  negativi  del  carattere quali l’essere disubbidiente, dispettoso ed egoista. Ma, come tutti i bambini, ha una fantasia sfrenata che lo  trasforma di volta in volta supereroe, astronauta o detective privato.

Hobbes è un tigrotto di peluche  che diventa reale solo quando è  in presenza del  suo  amico  umano. A differenza di  Calvin è ironico, pragmatico  e razionale: Bill Watterson ha sempre affermato che quello che ha descritto  nel  caratterizzare i suoi  personaggi  è ciò che appartiene alla sua sfera psicologica.

L’autore, per quanto  riguarda la scelta dei nomi di  Calvin & Hobbes,  si è ispirato  al  teologo francese del XVI secolo  Giovanni Calvino, mentre il filosofo  inglese del  seicento Thomas Hobbes lo  è stato per quello del  tigrotto di  pezza.

Due appuntamenti a Parma dedicati a Patti Smith fotografa

 

Fino al prossimo  16 luglio    Parma offre una doppia occasione culturale per gli  amanti  della fotografia in due mostre visitabili  presso il Palazzo  del  Governatore: Higher Learning e The NY Scene.

 

 

Le due mostre hanno il comune denominatore nella figura della cantante e poetessa Patti Smith che,   all’Università Parma, ha ricevuto lo  scorso 3 maggio la laurea ad honorem.

La prima mostra, Higher Learning è composta da 120 fotografie scattate dalla stessa artista utilizzando una Polaroid prodotta alla fine degli  anni ’60 e cioè una Land 250 come quella mostrata nell’immagine in basso  .

Le fotografie, tutte rigorosamente in bianco  e nero,  sono  quelle che Patti  Smith ha  scattato in giro per il mondo  e che lei  considera come una sorta di  diario  visivo legato  al  tema del  suo libro  M Train  di cui  diamo  un’anteprima a fine articolo.

Higher Learning si  può considerare come il proseguimento ampliato   un’altra sua mostra, Eighteen Stations, presentata recentemente a  New York e Stoccolma.

The NY Scene propone 150 immagine legate al  clima intellettuale che la stessa Patti  Smith  ha vissuto  nella Grande Mela durante il periodo  tra gli  anni Settanta ed Ottanta.

INFO MOSTRE